Italia in bici: Tappa 1 | Bolzano-Beseno

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La Bici sulla pista ciclabile nei pressi di Egna - Italia In Bici

20.06.2012 – Si parte

Ore 16.00, tiro fuori la bici dalla cantina, carico le borse, la guardo, la sposto, faccio una pedalata in cortile: pesa, pesa parecchio. Ed è elastica: il telaio in acciaio la rende più robusta rispetto all’alluminio, che può spezzarsi sul lungo termine, ma allo stesso tempo meno rigida e questo si sente soprattutto sulla ruota davanti, caricata con due borse. Fortunatamente il portapacchi anteriore low-rider della Tubus abbassa il baricentro e rende la bici più stabile, ma c’è da scordarsi di lasciare andare il manubrio anche solo per un secondo (anche se, scoprirò poi, sopra i 25-30 km/h sembra fattibile). Controllo gli elastici sul portapacchi, azzero il cronometro. Guardo un po’ stralunato Elisa, che mi scatta qualche foto davanti al portone di casa. E’ ora di partire. Elisa mi segue per i primi 10 km, fino a Vadena, dove saluto i miei, che mi scattano qualche foto a loro volta, raccomandandosi per il viaggio come solo un genitore sa fare. Come se fosse la prima volta che parto per viaggi stralunati.

La prima volta in bici, questo sì, e senza allenamento, per giunta. Qualcuno mi ha detto che è una follia, compreso il farmacista, quando sono passato a comprare la crema solare, il quale mi ha raccomandato di non dimenticare, per ogni evenienza, di portare con me un medico. C’è da dire che è quasi fine giugno, ci sono 33 gradi a Bolzano, e fa davvero caldo. Da qui in giù la situazione non può che andare peggiorando. Dopo due anni in Austria, nel grigiume invernale o nelle tiepidi estate vennesi, non chiedo di meglio. Datemi il caldo, tanto e subito.

Partenza bagnata, partenza fortunata

Inizia a piovere, ma smette subito. Lo prendo come un segno di buon auspicio: il primo di una serie che mi accompagnerà per tutto il primo giorno. Media di 17,5 km/h, vento contrario per tutto il tempo: sarà che non sono allenato, ma il vento mi sta tagliando le gambe. Anche se, tutto sommato, pensavo peggio. L’unica cosa insopportabile è il rumore ininterrotto del vento che fischia nelle orecchie. Qualche ciclista in tutina mi sorpassa, qualcuno saluta, qualcuno mi augura buon viaggio, altri passano urlando semplicemente “ti ammazza ‘sto vento!”. Bevo un sorso d’acqua ormai calda all’ombra di un tiglio, lungo l’Adige; Bolzano sembra già lontana, Roma un po’ più vicina.

Man mano che avanzo, l’impresa mi sembra sempre più possibile. Ad un certo punto premo un pulsante del contachilometri per guardare la temperatura e mi dimentico di ritornare sull’impostazione “chilometri giornalieri”. Dopo circa un quarto d’ora mi sembra di avanzare sempre più lentamente: sarà il vento, la fatica, il caldo. Sembra che i chilometri non aumentino mai. Con la coda dell’occhio guardo il piccolo schermo: 30-31-32 km. Ad un certo punto di nuovo 31… com’è possibile? Mi ricordo allora di aver cambiato le impostazioni e di stare guardando sempre la temperatura. Già, il caldo: appena partito e sono già un po’ fuori fase.

Un uccellino azzurro mi affianca, forse incuriosito, fa qualche giro intorno a me e poi mi segue per circa 300 metri, prima sulla destra poi sulla sinistra, dilungandosi in curve paraboliche quando mi distanzia troppo o volando dritto come una freccia quando mi è al fianco. Lo prendo come un altro segno di buon auspicio. O forse un’allucinazione?

Tiro dritto, sono nato irrequieto

Dopo 56 km di ciclabile sono quasi a Trento. La gente sembra curiosa, qualche passante mi incita, qualcuno urla “chi te lo fa fare?”. Io non mi fermo e tiro dritto. Ho voglia di andare avanti, non posso fermarmi. Sono nato irrequieto. Faccio qualche pausa ogni 10-15 km, ormai è tramontato il sole e si viaggia bene, senza perdere litri di sudore e soprattutto senza le odiate vampate di caldo che salgono dall’asfalto. Pure il vento contribuisce a rinfrescare, ora che il sole è sceso. Le gambe sono debolucce, ma per ora non ho problemi di fiato. Ci sto impiegando un po’ ad abituarmi all’assetto della bici: evito movimenti bruschi e ogni buca, non voglio saggiare troppo le reazioni dello sterzo o delle ruote sotto troppe sollecitazioni, almeno per ora. Tutto sommato, però, la bici si comporta benissimo e dopo un po’ quasi mi dimentico del peso aggiuntivo.

Il trucco è abbassare le marce e non sforzare mai: in salita scalo fino ad arrivare quasi a passo d’uomo: la frequenza delle pedalate aumenta ma non si ha mai quella sensazione di doversi mettere in piedi sui pedali per fare forza. In fondo non sono Bartali sullo Stelvio. E così si evita il fiatone e le pulsazioni restano sotto controllo. Ringrazio gli anni di atletica e gli ultimi due anni di arrampicate per avermi irrobustito le gambe. Una statua alta tre metri di un Cristo con le braccia alzate interamente pitturata mi saluta da una rimessa accanto alla ciclabile, lo saluto con un “Ave” e una scampanellata e prendo anche questo come un segno di buon auspicio. Si scomodano anche ai piani alti per augurarmi buon viaggio.

Pasta liofilizzata e stelle

Serata: mi fermo all’altezza di castel Beseno, ore 22.15. Tempo di viaggio 4 ore e 35 minuti (quante informazioni può dare un magnete attaccato ad una ruota). Velocità massima 32 km/h in un punto non meglio precisato tra Bolzano e Ora. Ottantuno chilometri totali. Più del previsto, ma voglio portarmi avanti perchè so che una volta arrivato sugli Appennini la media scenderà di molto. Subito dopo Trento la qualità della ciclabile è peggiorata e tutto sembra essere più monotono. La strada segue il fiume, affiancata da una striscia di alberi e cespugli di rovi. Il panorama è un po’ limitato, avrei dovuto scegliere la strada più panoramica che passa per Nomi e Roverè della Luna, ma volevo evitare strade trafficate. Forse in questo caso è stato un po’ un errore. In ogni caso, dopo le 20 la ciclabile è tutta mia.

Un elicottero dell’elisoccorso scende sul fiume: forse cercano qualcuno, sembra che segua me ed il rumore è frastornante. Fortunatamente dopo un po’ se ne va. Poco prima di fermarmi due signore, nel buio più completo di un boschetto, mi augurano “buon viaccio” con uno spiccato accento tedesco. Pianto la tenda, cucino una pasta liofilizzata al volo, riparando il fornelletto dal vento con il materassino, poi crollo guardando le stelle attraverso la retina sul tetto della tenda.

Il bivacco della prima notte: il tappetino termico ripara dal vento il fornelletto su cui sto cucinando