Tre giorni nel villaggio di Tai-O a Lantau

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Pesce secco e turisti inglesi

Appena arrivato a Tai-O, dopo una giornata di cammino (vedi il post A Lantau senza soldi. Da Po-Lin a Tai-O), sono attratto dall’aria rilassata del posto e dall’odore di mare che pervade tutte le stradine del villaggio. Scatto qualche fotografia ai banchetti del pesce essiccato e a una comitiva di turisti giapponesi carichi di borse di nylon pezzi giallastri di pesce secco dall’odore intenso e nauseabondo. Incontro una turista inglese, di ritorno da un giro dell’isola in barca alla ricerca vana di delfini. Non conosce il posto, non sa cosa ci sia di interessante, non se ci siano posti dove passare la notte e non vede l’ora di andarsene. Bell’inizio, penso.

Inizio a guardarmi  intorno, passo per il mercato del pesce, visito alcuni piccoli tempietti bui e fumosi, percorro in su e in giù il sentiero fino al vecchio molo dei traghetti, attratto dal nauseante odore di macinato di pesce, probabilmente destinato alle scatolette di mangime per gatti o a qualche “raffinato” ristorante cinese, cerco di decifrare (senza successo) le scritte augurali poste sopra alle porte di gran parte delle case, che inizialmente scambio per insegne di guesthouses.

Una colorata bancarella di pesce secco a Tai-O

Gran parte della popolazione sembra essere dedita alla pesca e alla vendita dei suoi derivati: freschi, essiccati, macinati o pressati; la vita si svolge prevalentemente intorno alla zona del mercato, due vicoli  tappezzati di piccoli banchetti ittici. Le altre costruzioni sono prevalentemente piccole abitazioni, di uno o due piani, molte delle quali si affacciano con un terrazzino in legno sul canale, qualche metro più sotto. Durante la stagione delle piogge, il livello del canale si alza anche di quattro metri, sommergendo i piani inferiori di ogni abitazione di Tai-O, come dimostrano i segni lasciati dall’acqua sulle pareti e sui mobili delle case.

Relax, rock e hot pot

Finalmente fuori dalla modernità e dall’eccitazione di Hong Kong, decido di prendermi qualche giorno per rilassarmi in questo piccolo paesino, lontano dalle luci, i rumori e la marea di persone della grande metropoli. Trovare un posto dove alloggiare non sembra un’impresa facile. Come scoprirò a fine giornata nel paesino le guesthouses abbondano, ma purtroppo il mio cantonese si limita a tre o quattro parole e per quanto possa sembrare ridicolo, proprio non riesco a farmi capire dalla gente del luogo.

Chiedo a destra e a manca, fermo i passanti, faccio buffi gesti con le braccia cercando di descrivere un uomo che dorme, ma riesco solo a guadagnare qualche sorriso e qualche risata da parte dei passanti. Finalmente, dopo quasi due ore, incontro per caso un signore magro e brizzolato, l’unico che sembra parlare inglese e che guarda a caso gestisce insieme alla moglie una piccola pensioncina con due stanze. Lo seguo fino a casa sua, mi offre una birra e del tè verde sul terrazzo affacciato sul canale e mi fa vedere la stanza, microscopica ma con una bella vista sul canale e sulla collina che sormonta il villaggio. Decido di fermarmi per tre notti.

La costa nei pressi di Tai-O, montagna che cala direttamente nel mare azzurro

Jimmy – questo il nome inglese dell’uomo – mi presenta la moglie, di origine cinese – del gruppo Hani, mi sembra di capire -, e il figlio Timmy. Con loro passerò tre allegre serate mangiando pesce fresco, bevendo birra fresca e suonando la chitarra in compagnia di loro amici sul terrazzo della casa. Una famiglia interessante, di fede cattolica (Jimmy mi spiega che la comunità cattolica di Tai-O è una delle più grandi della zona), oltre a gestire la piccola guesthouse ha anche un piccolo negozio di gioielli e souvenir, poco fuori dalla zona del mercato. Inoltre Jimmy è un grandissimo fan della musica rock di tutto il mondo e nel negozio si può sempre ascoltare qualche lunga ballad dei Guns & Roses o qualche gruppo heavy metal cinese.

La prima sera, per cena, cerco d’ordinare a gesti quello che sembra un hot pot di carne in un piccolo locale di fronte al negozio di Jimmy e mentre aspetto di essere servito ascolto il notiziario in inglese alla televisione che prevede, per i prossimi giorni, una tempesta tropicale su tutta l’isola (in centro ad Hong Kong già diluvia dal giorno prima). Poco dopo compare Jimmy, probabilmente avvertito da qualche amico, che mi invita a mangiare la cena sul terrazzo della sua bottega. Saluto i proprietari del negozio senza capire se devo pagare o meno e appena metto piede sul terrazzo mi viene presentato un amico di Jimmy che, mi sembra di capire, lavora come ingegnere per la compagnia telefonica locale per ventimila dollari di Hong Kong al mese, una cifra considerevole. Insieme divideremo il mio hot pot a cui si aggiungeranno, magicamente e gratuitamente, ben sei granchi e vari pesci appena pescati, il tutto affogato in litri di birra Tsingdao e Bluegirl.

Insieme suoniamo qualche pezzo con la chitarra, che ha imparato a suonare a scuola e che ora suona spesso in chiesa, essendo anche lui, come Jimmy, cristiano. Ci scambiamo qualche MP3 (conosco così il gruppo tibetano interessantissimo dei Vajara Band o Namchak Roltsog) e la promessa di rivederci un giorno o l’altro.

Uomini vestiti di banco e 5 milioni di dollari

Il giorno seguente, durante un giro in bici per la zona, incontro una strana processione di cinesi vestiti di bianco che non possono non ricordarmi dei seguaci del Ku Klux Clan. Cerco di fare qualche foto ma me lo impediscono. Tornando verso casa raccolgo da terra un biglietto da 5.000.000 Yuan, ovviamente falso e destinato ai morti – questi biglietti vengono bruciati nel corso dei funerali e mirano a garantire al defunto la ricchezza nell’aldilà -. Senza rendermi conto che quella a cui avevo assistito non era altro che una cerimonia funebre, apro il portafoglio e lo infilo in una tasca, dove rimarrà per qualche mese, come ricordo del tempio. La mattina seguente, sotto una fitta pioggia, saluto la famiglia di Jimmy e mi avvio verso il nuovo molo, dove salgo sul piccolo traghetto che mi riporterà dall’altra parte dell’isola, dove prenderò la metropolitana diretta a Kowloon.

Seduto nel traghetto, prendo dalla tasca il portafoglio e guardo la finta banconota stringendola nella mano. Sarà proprio questo piccolo pezzo di carta che, mesi dopo, mi riporterà nel villaggio di Tai-O.

pescatore su una barca di legno nella baia diTai-O

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Philipp
Classe 1986. Tuttofare del mondo online e offline, generalista con esperienza comprovata. Viaggiatore per necessità, fotografo per velleità, sinologo per diletto.