Italia in bici: Tappa 3 | Marmirolo-Bologna

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La bici in posa davanti al Palazzo Te di Mantova
La bici in posa davanti al Palazzo Te di Mantova

Questa mattina dormo un po’ più a lungo e mi metto in viaggio solo alle 6.30. Questo mi garantisce solo poche ore di viaggio in mattinata, prima che il caldo diventi insopportabile. Viaggerò di più nel tardo pomeriggio. Destinazione: dintorni di Modena.

Raggiungo Mantova in circa un’oretta attraverso la città e scatto qualche foto alla Signora davanti a Palazzo Tè (sto parlando della mia bici, ovviamente). Sono indeciso se proseguire verso Ostiglia, per poi seguire il percorso della linea ferroviaria che da Verona raggiunge Bologna, passando per Mirandola e Crevalcore o se allungare scendendo prima a Sud verso Modena e poi da lì a Sud-Est verso Bologna.

Prima attraverso il Mincio ad Est, poi ci ripenso e scelgo la seconda opzione, tornando sui miei passi e prendendo la strada che prosegue a sud verso Pietole, luogo natale del sommo poeta Publio Virgilio Marone (per gli ignoranti come me: è proprio QUEL Virgilio): “Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua rura duces” (grazie Wikipedia).

Anche qui la città sembra non voler lasciarmi andare. Una volta entrato in una città, la matassa di strade, passaggi, tangenziali, incroci, ingorghi, caselli, parcheggi che abitano la periferia sembrano essere fatti apposta per trattenerti dentro (o fuori) dalla città.Di certo non facilitano il passaggio di un ciclista, soprattutto se munito solo di una carta in scala 1:400.000 del TCI, in cui il gomitolo di strade è “riassunto” in un ermetico pallino giallo. Mi riprometto di evitare le grosse città ma già so che non riuscirò a mantenerla, questa promessa.

Proseguo poi verso Suzzara; a Gonzaga mi fermo a rifornirmi di frutta ad uno spaccio. Non perdo l’occasione per comprare anche una stecca di cioccolato fondente: idea geniale considerando che la temperatura già alle dieci di mattina era intorno ai 40 gradi (finirà mezza sciolta nel sacchetto del cibo, nella borsa anteriore sinistra). Mangio due pesche al volo, le altre due le metto da parte; di più non voglio comprare, tanto con il caldo non si manterrebbe nulla. Riparto, segno sul bloc-notes di evitare la pizzeria al taglio “Pensavo Peggio” (ma come vi è venuto in mente? Vince pure sulla pizzeria “Outlet” vista il giorno prima. Sarà una cosa padana… tipo: va beh siam padani ma sta pizza non è così pessima, anche se è praticamente immigrata pure lei) e proseguo per Reggiolo, dove vedo le prime tende post-terremoto.

All’inizio, quasi dimentico del cataclisma, penso siano delle tende-gioco di qualche bambino: ne vedo solo due nel giardino di un condominio e penso alla mia infanzia, quando metà del mio tempo la passavo a fare l’indiano in giardino (l’altra metà a fare il cow-boy, per par condicio, ma con meno ardore), poi vedo altre tende… no: non può essere un caso. E mi ricordo del terremoto di qualche settimana prima. Improvvisamente iniziano a spuntare tende ovunque, si iniziano ad intravedere cornicioni caduti, crepe nei muri, qualche vecchio granaio crollato interamente.

Nella zona tra Reggiolo e Carpi, solo lungo la strada conterò più di 200 tende e un paio di gazebi improvvisati, con tappeti sul pavimento, abitati da famiglie di origine indiana. Vorrei fermarmi per fare due chiacchiere con qualcuno, chiedere come va, ma non vorrei sembrare inopportuno, quindi saluto di fretta un gruppo di persone ferme sul ciglio della strada, chiedo le indicazioni a tre allegre vecchine e proseguo.

Poco prima di Carpi la temperatura raggiunge i 44,6 gradi. Sono solo le 11 di mattina ma ho il cervello che sta cuocendo. Trovo riparo sotto una fila di alberi lungo una sterrata laterale, ma la polvere che alzano le macchine di passaggio crea uno strato biancastro su di me e la bici in meno di 5 minuti. Decido di andare ancora avanti. Dopo 5 km vedo una casa sulla sinistra, con un giardino ombroso. Accanto c’è un signore anziano intento a caricare un furgoncino che avrà sì e no l’età e la stessa aria decrepita di Bob Dylan (ma come lui, ancora discretamente funzionante, mi assicura il proprietario).

All’inizio non capisce se voglio montare una tenda, accendere un fuoco o che, poi gli indico il materassino, l’ombra, poi il sole. Non ho neanche le energie per ripetere la mia domanda iniziale, ma lui questa volta capisce e dice solo di piazzarmi lontano dalla casa, se no il cane “abbaia e non la finisce più”. Passo qualche ora ad inseguire l’ombra degli alberi man mano che il sole si sposta. Gli insetti sono fastidiosi e ogni tanto mi cade in testa qualche foglia, svegliandomi dai miei sonnellini. Dopo quattro ore decido di rimettermi in marcia. Parto in bici insieme alla bella figlia (o la nipote, non so) del vecchietto, che mi sorride e mi augura buon viaggio. Dopo qualche minuto la vedo sparire ad un incrocio dietro di me.

Scatto qualche foto nella piazza centrale di Carpi (anche qui i danni causati dal terremoto si vedono, eccome), poi do un’occhiata alla cartina. Proseguire verso sud in direzione Modena, o evitare il caos e dirottare verso est/Crevalcore? Memore delle esperienze di Peschiera e Mantova e dei loro ingorghi periferici, opto per evitare Modena completamente e proseguire verso est. A questo punto potrei fermarmi e concludere qui la giornata: ho percorso un centinaio di chilometri e posso considerarmi più che soddisfatto. Mi fermo a pensare all’ombra di un platano, davanti ad un club bocciofilo dove spiego ad un vecchino abbandonato su una sedia che vengo da Bolzano e che Bolzano sta su a Nord, e che Roma è ancora lontana: “Fa ben, a voi giovini. Il movimento. Fa ben“. Poi mi dice che non è prevista pioggia. Prendo la notizia con sconforto. Sono le 16.00 e fanno sempre 44 gradi, non mi aspettavo questo caldo così a nord. Il sud dev’essere un girone dell’inferno. Non ci penso troppo e chiamo Ludovica, a Bologna.

– Che fai sta sera?
– Sono indecisa se andare a ballare il tango o stare a casa.

Curiosa danza, il tango: io odio ballare, quindi sono di parte.

– Se arrivassi in serata, ci starebbe una birretta all’Ortica?”. Proposta accettata, ora la sfida: raggiungere Bologna e l’astronomica cifra di 155 km in una giornata, con il potenziale premio di avere un giorno di anticipo e potermi fermare a riposare per un giorno intero. Ce la farò?

Ore 17, San Giovanni in Persiceto. mi sono infilato su una strada provinciale che è la morte. Se qualcuno conosce la MeBo in Alto Adige, si immagini la stessa cosa, tolga la corsia di emergenza e ci metta il traffico della Milano-Venezia tra Milano e Brescia alle 8 di mattina. Poi si immagini di finirci per 4 km in bici. Ora, io non so quale grande ingegnere stia dietro alla creazione di questi immensi mostri serpentiformi che coprono il mondo. Né tanto meno ho la più pallida idea di chi crei la segnaletica che li accompagna. Tuttavia, in presenza di:

  1. strade orribili e
  2. cartelli stradali,

potete stare sicuri che i cartelli stradali indicheranno sempre e comunque il percorso delle strade orribili. Quindi se un cartello dice “Bologna 18km” voi immaginatevi che ci sia scritto “Bologna: 18km di pene infernali, rischi mortali, asfalto bollente, auto assassine e rettilinei orribili“, magari in latino per renderlo più grottesco.

Sogno un mondo in cui tutti i cartelli indichino la via più lunga, la strada più stretta e panoramica e lenta che esista. Un mondo in cui il cartello di cui sopra dica “Bologna: purtroppo 40 km e non 18, ma di bellezza, campi, panorami e leggiadri torrenti pieni di trote e fontane magiche e frutti succosi”.

Recuperò la lucidità, decido di rifiutarmi di procedere ma non c’è modo di uscirne (le strade orribilis di cui sopra sono sempre ed immancabilmente bloccate da un guardrail in stile Jurassic Park, possibilmente circondate da fossati pieni di pirana). Al diavolo le barriere architettoniche, devo uscire da qui: mi guardo indietro… bene, sembra non arrivare nessuno. Fermo la bici, scarico al volo le borse e le porto al di là del guardrail, poi torno dentro e alzo la bici sopra la recinzione. Sono madido di sudore, ma di nuovo libero. Ricarico le borse e proseguo in mezzo ai campi. Mai stato più felice di finire in mezzo al nulla in vita mia.

Ora, se siete un ciclista e finite in un paesino dove non vedete altri ciclisti e potete chiedere delle indicazioni solo ad un ventenne e ad una vecchina, non dubitate: chiedete alla vecchina. I giovani vi manderanno sempre per la strada più veloce e nuova (la nostra via orribilis) mentre la vecchina non mancherà mai di indicarvi la retta via per i campi “che non la conosce nessuno, ma ai miei tempi c’era solo quella”. Ringrazio gli anziani (che pare costituiscano il 90% della popolazione ciclistica mondiale, esclusi i ciclisti “tutina” e i bambini da cortile), e soprattutto la vecchina del supermercato di Budrie.

Prima o poi però, entrando in una città come Bologna, non si potrà evitare di finire di nuovo in una strada a 24 corsie con 95 incroci e possibilmente quaranta milioni di automezzi. Inizio ad odiare le strade. Più le strade che i mezzi: se le strade fossero piccole ci sarebbero meno auto… è tutta una strategia di marketing. Oggi hai tre macchine che passano su una strada ad una corsia, fai una strada a due corsie e invece che avere più spazio avrai il doppio delle macchine. Ingegnosi meccanismi del mercato. Mi butto sulla corsia di emergenza, sono le 19.00. Ci impiegherò un’ora e mezza per entrare a Bologna.

Ad un certo punto su una salita di un cavalcavia una macchina mi supera e si ferma sulla corsia di emergenza, bloccandomi il passaggio. Sono costretto a fermarmi subito dietro, pronunciando tra me e me bestemmie indicibili. Dal lato destro scende un’avvenente ventenne bionda, alta come una torre e con due gambe infinite. La macchina davanti parte a tutto gas, la ragazza si avvicina e mi chiede con un accento dell’est Europa “vuoi anche tu?”. Ci metto un attimo per collegare le cose e organizzare i miei pensieri, poi la guardo con una faccia che dice “ma ti sembra? ad un ciclista chiedi?” e tiro dritto. Prostituzione ciclistica, la nuova frontiera del marketing del corpo femminile.

Non mi dilungherò oltre, potrei dire parole poco sobrie riguardo al mio ingresso a Bologna. Diciamo solo che alle 20.30, sotto casa di Ludovica, scendo dalla bici, bevo un sorso d’acqua e, con serietà, mi riprometto che d’ora in poi, col cavolo che rientrerò in una città in bici. E, di nuovo, so già che sarà difficile mantenere la promessa.