Italia in bici: Tappa 2 | Beseno-Marengo

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La bici al Lago di Garda
La bici in posa al Lago di Garda

Verso il lago di Garda

Sveglia ore 4.00. Dormito bene, a parte un pazzo che verso l’una di notte è passato cantando a squarciagola su una vecchia bici scassata, forse senza accorgersi della tenda piazzata proprio sul ciglio della ciclabile. Dopo quattro ore raggiungo Malcesine sul lago di Garda, passando per Rovereto, Mori e Torbole. Cerco qui un posto dove fare colazione, ma sembra che non ci sia nulla di ancora aperto. A parte un forno, mi accorgo, dove mi procuro un croissant al cioccolato, un krapfen alla crema ed una bottiglietta di Gatorade gelata, che allungo con un sacco d’acqua dividendolo tra tre borracce.

Ormai il sole mi ha raggiunto e non ho nessuna fretta, decido quindi di concedermi una sosta, avendo già percorso 50 km in mattinata. Dopo aver preso la strada per Mori, da Rovereto, ho incontrato le prime salite: mi sono reso conto che gli Appennini saranno davvero una sfida. Ma per il momento reagisco bene, le salite sono ripide, ma non durano più di qualche decina di minuti.

Sul discesone finale verso Torbole, dopo aver preso per sbaglio un sentiero ripido e sassoso sbagliando strada, raggiungo la velocità di 55 km/h. In macchina sembra poco; in bici, carico come un mulo e per di più senza casco (scoprirò solo più avanti che il casco oltre a proteggere, è effettivamente più fresco di un cappello da baseball) è un’ebrezza rara e eccitante. I muscoli si tendono, i sensi si acuiscono: cerchi di prevedere ogni piccola buca per evitare di perdere il controllo. Le mani sono salde sui freni e gli occhi fissi sulla macchina più avanti. Un errore e sei spacciato; non capisco come facciano i ciclisti durante le gare a muoversi in branchi su queste discese.

Circa un’oretta prima avevo superato la diga prima di Mori, fermandomi per un momento a dare un’occhiata all’enorme massa d’acqua che cadeva dalle chiuse. Davvero imponente, soprattutto considerando che ci sono dighe ben più grandi di questa. Vedere tutta quell’acqua scrosciare con impeto passando tra i muri di cemento dà veramente i brividi. Mi sposto velocemente, colto da un vago senso di vertigine.

Peschiera: matasse di strade e qualche vite che salta

Dopo Torbole seguo la strada che segue il lago di Garda sul lato orientale. Rivedo alcuni dei paesini visitati da piccolo, quando i miei zii, prima di trasferirsi in Ghana, ancora abitavano a Riva. Riposo qualche ora a Malcesine e poi proseguo verso Peschiera.

Mi accorgo di un rivetto saltato su una delle borse dietro: ripensandoci doveva essere arrivata così per posta, perché sembrava già mezzo staccato. Decido di ripararlo al volo alla prima officina, che incontro dopo qualche chilometro. Chiedo una rivettatrice, un rivetto e due rondelle fine e conosco Mario, il meccanico, che a giudicare dall’accento non è di qui e che quando gli dico che la metà è Roma prima crede di non aver capito, poi si lascia scappare un sorrisone che lascia pochi dubbia riguardo alle sue origini. Ringrazio per l’aiuto, intasco un “buon viaggio” e riparto.

Temperatura record di 40.5 gradi vicino a Garda. Dopo Peschiera finisco in una terribile (ed orribile) matassa di rotonde, svincoli e stradoni trafficati da cui uscirò solo dopo 40 minuti di trial-and-error, finendo un paio di volte su una strada che poco differiva da un’autostrada, salvo il fatto di non richiedere un pedaggio. Un’esperienza che preferirei non dover ripetere (ma ovviamente, mi sbagliavo di grosso). Infine trovo la direzione giusta per Mantova.

Il nuovo strato di asfalto crea uno scalino che prosegue parallelo alla linea sul bordo della strada. Essendo costretto a viaggiare più a destra possibile dai TIR che ogni tanto mi sorpassano a velocità da Formula 1, rischio ogni minuto di essere sbalzato fuori strada, cosa che ovviamente, non poteva non succedere: una buca mi fa sbandare leggermente, cado dal gradino e le borse davanti, ribassate, urtano un muretto sul ciglio della strada. Riesco in qualche modo a non perdere l’equilibrio ma striscio le borse per un paio di metri sul muro, quanto basta per farmi guadagnare un bel buco nella gomma delle sacche. Dannazione: oggi è proprio una giornataccia. La riparerò alla prima occasione con del nastro grigio grosso da tubi.

Sulla bianca ciclabile lungo il Mincio

Proseguo per qualche chilometro lungo una statale non troppo trafficata, seguendo i campi su dolci pendii, finché non mi accorgo di un sentierino che, scendendo in un boschetto, mi porta direttamente sulle rive del Mincio. Per un’attimo sono abbagliato dalla ghiaia bianchissima della strada serrata lungo il fiume: dopo ore di nero asfalto sembra di essere finiti su di un lenzuolo candido appena uscito dalla lavatrice. Il caldo si fa sentire: l’ombra è poca e mi rimangono solo 2 litri d’acqua: stranamente le fontane sono difficili da trovare, da queste parti.

Fortunatamente dopo un’altra ora di viaggio mi ritrovo in un parchetto dove dei ragazzini riempiono gavettoni d’acqua da una fonte che sgorga da un muro. Chiedo ad uno di loro di tirarmene uno addosso per rinfrescarmi, ma deve prendermi per matto perché si gira e se la dà a gambe levate. Mi approprio della fontana: se il rubinetto fosse più in alto mi farei una doccia completa, ma per ora mi accontento di una rinfrescata.

Scopro un paesino molto carino, Borghetto. Poi, verso le 18.00 decido di iniziare a tenere gli occhi aperti per trovare un posto dove dormire. Da queste parti l’accesso ai campi dalla ciclabile è bloccato da cespugli di rovi e sembra impossibile accedervi, inoltre il panorama sta iniziando ad annoiarmi: fiume a destra, rovi a sinistra, asfalto rovente in mezzo. Non appena trovo uno svincolo decido di uscire e di tornare sulla strada.

Scelta fortunata: la striscia d’asfalto segue la ciclabile una decina di metri più in alto, su un pianoro con vista su distese di campi a sinistra e sul Mincio a destra, in più passa per tutti i paesini che la ciclabile taglia completamente. Raggiungo un paese, dove mi fermo per dare un’occhiata ad una chiesa e per bere una birra fresca, non necessariamente in ordine di importanza. Qualche km più avanti vedo un campo in cui l’erba è già stata tagliata e imballata, pronta per essere portata alle stalle. Accanto vedo una casa e decido di fermarmi per chiedere se posso piantare la tenda per la notte.

La signora che mi accoglie non sa che dire e se ne esce con un “non so, decidono gli uomini, aspetti che le chiamo mio figlio”, poi si intrufola nel pollaio, che dev’essere collegato alla stalla. Io mi fermo fuori, controllato a vista da un pastore tedesco vecchiotto, ma non troppo felice di vedermi.

Dopo una decina di minuti mi raggiunge un ometto barbuto, in pantaloncini corti e a petto nudo, che mi chiede “ah, lei è in viaggio? sì sì, si metta lì nell’angolino” e mi indica uno spiazzo tra una vecchia pesa ed una casupola. Poi mi indica dei rubinetti per prendere l’acqua e se ne ritorna nella stalla. Lo rivedrò solo qualche ora dopo, quando verrà a chiedermi se ho paura del cane di notte. Sarà un cane mannaro, non so, ma di notte o di giorno i cani non mi fanno paura a meno che non decidano di azzannarmi un polpaccio (o a meno che non sia uno di quei cani isterici microscopici che sembrano sempre pronti ad aggredire qualsiasi cosa si muova).Cena a base di cous-cous e legumi.

Totale 124 km, velocità massima 56,88 km/h, circa 7h di viaggio.