Silenzioso sferragliare nelle viscere dell’Asia

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Fotografia dell'interno della MTR di Hong Kong

C’è una città, dall’altra parte del mondo, dove tornerei in ogni momento, ed in questa città c’è un posto, un labirinto, in cui non esiterei un momento a gettarmi, per perdermi viaggiando per giornate intere da un angolo all’altro della metropoli.

La città è Hong Kong, il luogo è il labirintico sistema della rete metropolitana cittadina, per gli amici la “MTR”. Non c’è posto al mondo dove mi sia mai sentito più a mio agio: la lunga discesa per scale mobili infinite, le frecce gialle sul pavimento, la calca alla stazione di Mong Kok durante le ora di punta, i vetri a scorrimento che separano la pensilina dai binari, impedendo ai viaggiatori in attesa di essere letteralmente spinti sotto il treno quando miriadi di esseri umani si lanciano giù per le scale scendendo da uno dei tanti ingressi, decine di metri più sopra.

Eppure… eppure chi l’ha vista, chi l’ha vissuta per qualche tempo, semplicemente non può più farne a meno. Ho viaggiato per anni sulle metropolitane di Vienna, ho passato ore schiacciato in quelle di Pechino e di Guangzhou, ho ammirato il più grande sistema metropolitano a New York, calpestato qualche “mind the gap” a Londra, trasportato bici cariche da una periferia di Roma all’altra e aspettato la prima corsa in una fredda notte milanese. Ma la MTR è tutta un’altra cosa: ha il fascino tutto asiatico di una metropoli che riesce ad essere multiculturale oltre ogni limite e allo stesso tempo pulita come la tavoletta del water di un hotel a 5 stelle su Nathan Road, stracolma di gente di ogni tipo, eppure praticamente sempre puntuale come un orologio svizzero (anche se i vagoni sono principalmente costruiti dalla francese Alstom Transportation, dalla Canadese Bombardier o dalla joint venture nippo/coreana Mitsubishi Heavy Industries/Hyundai Rotem).

E poi, su quale altra metropolitana al mondo si può sentire una voce annunciare in un sinuosissimo cantonese “tsin mat kau gau tsae mon“, seguito dal cinese “qing buyao kaijing chemen” e dall’inglese “please stand back from the doors”?

Se ci siete stati, sapete cosa intendo.